Alpi Apuane Geopark

come si arriva

L'area archeomineraria delle cave di marmo bardiglio della Cappella ha sede a Fabiano di Seravezza (Lucca).

Il paese è raggiungibile in auto attraverso la strada statale 1 Aurelia fino a Querceta, poi la strada provinciale di "Marina" fino Seravezza, quindi la strada comunale della Montagna fino alla Pieve della Cappella.
Da Castelnuovo Garf., strada provinciale 13 e di "Marina" fino a Seravezza, quindi strada comunale della Montagna fino alla Pieve della Cappella.
Fabiano dista 17 km da Massa, 22 da Viareggio, 49 da Castelnuovo Garf., 41 da Lucca, 50 da Pisa

  • Casello Versilia: A12 (E80) Genova-Rosignano a 13 km
  • Stazione FF.SS.: Forte dei Marmi-Querceta, a 8 km
  • Aeroporto: Galileo Galilei di Pisa a 54 km
  • Servizio autocorriere di linea: Vaibus

periodi ed orari d'apertura

Tutto l'anno durante le ore diurne.
la visita è gratuita.


informazione turistica

Centro Visitatori del Parco
via Corrado Del Greco, 11
55047 Seravezza (Lucca)

tel. +039 0584 756144
fax +039 0584 756144

Per maggiori informazioni:

vai a archeominerario.it

Itinerari apuani

Cave storiche del Bardiglio Cappella


L’inizio dell’attività estrattiva nelle cave del Monte della Cappella è incerto. C’è chi lo fa risalire al periodo romano, c’è chi lo pone, più verosimilmente, dopo l’anno Mille. Di sicuro, i marmi bianchi e i ‘bardigli’ del luogo (di inconfondibile ed intenso colore grigio-ceruleo) sono serviti, nel XII-XIII sec., per il paramento murario, in opus quadratum, rispettivamente della Pieve di S. Martino e della sua torre campanaria. Si hanno poi notizie frammentarie ed indirette di escavazioni nel Monte della Cappella per tutto il XV sec., quando un difficile collegamento viario con il fondovalle e la pianura litoranea, limitava notevolmente la produzione lapidea.
Il 18 maggio 1515, gli Uomini delle Comunità di Seravezza e della Cappella donavano alcune loro pertinenze alla Repubblica e al Popolo fiorentino “
pro marmoribus cavandis”. In quegli atti si ricordano gli agri marmiferi del territorio, tra cui “Montes Capellae, Finuculariae et Costae”.


Nel 1518, Michelangelo Buonarroti costruiva la strada carrabile nel fondovalle, da Seravezza fino alla base dei bacini di Trambiserra e della Cappella, favorendo così il successivo sviluppo estrattivo della zona.
Un ulteriore impulso alle cave della Valle del Serra si deve al Granduca Cosimo I de’ Medici (1567), che spinse la “Via dei marmi” fino al Monte Altissimo ed inviò in Versilia diversi scultori ed architetti (Vasari, Ammannati, Giambologna, Danti, Moschino, Fancelli, ecc.) per ricavare marmi dalle cave di Solaio, Ceràgiola, Cappella, Trambiserra, Altissimo e Monte di Stazzema.
 
Nel XVII sec., le cave della Cappella hanno continuato a fornire i marmi bianchi e i bardigli soprattutto per l’Opera di S. Maria del Fiore di Firenze. Un documento del 1687 ricorda, per la prima volta, le produzioni di mattonelle quadrate in marmo per pavimenti (chiamate “marmette” o “quadrette” o “ambrogette”), che hanno caratterizzato per quasi tre secoli l’impresa estrattiva delle cave della Cappella. Non a caso, gli abitanti del vicino paese di Fabiano erano detti “piastrellai” proprio perché prevalentemente occupati in questa lavorazione.
Il Settecento ha visto gli agri marmiferi della Cappella intensamente coltivati per “opere di quadro”, quali “
colonne, stipiti di porte, caminetti, tavole e ambrogette da pavimento
”. Nel 1768, le cave raggiungevano il numero di 21, per poi salire a 27 verso il 1850, con ben 114 scalpellini al lavoro.
 

Fino alla metà del XIX sec., le cave della Cappella erano concentrate nella parte medio-bassa dell’omonimo Monte, lungo l’affioramento, oggi esaurito, dei marmi bianchi. Nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, l’escavazione si spingeva anche nelle parti più elevate del versante, quasi a ridosso della Pieve di S. Martino e del paese di Fabiano.
Per buona parte del Novecento, le vie di lizza e le teleferiche hanno continuato a discendere i blocchi estratti, fino ai poggi caricatori nel fondovalle, sulla riva sinistra del fiume Serra.
Negli anni Sessanta dello stesso secolo, la strada di arroccamento e il trasporto su gomma hanno fatto appena in tempo ad insediarsi che, di lì a poco, l’attività delle cave di marmo della Cappella si è conclusa, lasciando notevole traccia di sé ed un paesaggio minerario unico e suggestivo.
 


Visita all'area archeomineraria
 
La bellezza delle cave della Cappella è oggi esaltata anche dal panorama che si gode affacciandosi da questo ripiano orografico, che spazia dalla pianura litoranea versiliese fino alla dorsale principale della catena delle Alpi Apuane: da Forte dei Marmi al Monte Altissimo. Un breve percorso di visita, quasi pianeggiante, consente di osservare alcuni aspetti dell’attività estrattiva nel Monte della Cappella, come si è andata sviluppando nel corso del XIX-XX sec.
Lungo la mulattiera di collegamento tra la Pieve di S. Martino, Fabiano e il fondovalle di Riomagno e Seravezza, si trovano due imponenti bastioni di contenimento dei detriti di escavazione. La data del 1878, incisa su uno scheggione di pietra, indica probabilmente il periodo di costruzione di questi grandi muri a secco.
L’itinerario di visita, segnato in blu sulla carta qui in basso, passa vicino a vecchi saggi di cava, le cui discariche (“ravaneti”) appaiono oggi in via di rinaturalizzazione.
In questa parte più elevata del Monte della Cappella, le cave portano segni di tecniche estrattive rudimentali, che si sono perpetuate anche in tempi moderni. 
La conduzione di tipo familiare e/o “artigianale” consentiva limitate produzioni di piccoli blocchi e soprattutto di semilavorati in marmo ‘bardiglio’, per utilizzi architettonici civili e religiosi.

La strada Cappella-Fabiano-Riomagno 
in una mappa del 1784
A.S.C.S., Campione di strade
 

Cava dell'area archeomineraria delle cave di marmo bardiglio della Cappella
 

I manufatti qui ottenuti e già riquadrati sul piazzale di cava, venivano poi scivolati a valle sopra grandi slitte (“lizze”) di legno di faggio, che percorrevano lentamente vie ripide e selciate, oppure erano trasportati da possenti teleferiche.
La carta topografica indica i luoghi dove è possibile ritrovare traccia degli antichi sistemi di trasporto dei materiali estratti. Frequenti sono le buche di alloggiamento dei “piri”: cioè dei ‘pioli’ attorno ai quali venivano avvolti i cavi per controllare la discesa dei blocchi lungo le “vie di lizza”.


"Il Monte delle Cave della Cappella
è assai alto, e da esso si scuopre gran tratto di mare: dietro a lui resta [il] Monte Altissimo, ignudo, e bianco come se fosse coperto di Neve (…). Dirimpetto al Monte delle Cave, si vede il precipitoso sporto di Monte detto Trambiserra, che ha filoni di Marmo simili in tutto e per tutto a quelli del Monte della Cappella, anziché da esso si cava medesimamente il Bardiglio, ed il Marmo bianco, laonde fa chiaramente conoscere, che anticamente era unito, e continuato con quello della Cappella, ma poi è stato diviso e tagliato dall’acque del
Rimagno”. (1)

"Gli Scarpellini spaccano i massi a forza di cunei, o biette (…). Lavorano a cava aperta, non a grotte (…), e dove a più uno piace; laonde sciattano moltissimo Marmo. I pezzi cavati e sbozzati, stante la ripidezza del Monte, gli fanno sdrucciolare al basso, sopra di lunghissimi scarichi di scappiole, e rottami di Marmo: in basso gli caricano sopr’a Carri, e gli portano a Rimagno a lavorare e pulire; poiché li sono molte Botteghe e Magazzini di Marmi, e vi si fanno moltissimi lavori. Per segarli e spianarli, siccome nel paese non hanno rena buona, si servono di certa rena bianca, che cavano dal Lago di Maciuccoli, e da S. Terenzio vicino alla Spezia (…)”.(2)

Giovanni Targioni Tozzetti,
Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana
II ediz., Cambiagi, Firenze 1773,
(1) vol. VI, pp. 222-223.
(2) vol. Vi, pp. 218-219.
 

Il percorso di visita ci offre sulla destra la prima cava musealizzata (Cava A sulla carta dell’area archeomineraria del Monte della Cappella).
Il saggio estrattivo è stato ottenuto, a suo tempo, forzando le fratture naturali della roccia, sia con cunei di ferro, sia con esplosivo. Sul suo lato sinistro, sono ancora evidenti tracce di abbattimento di blocchi informi lungo il piano di fratturazione del ‘verso’, seguendo l’immersione a sud-ovest del sistema di scistosità principale dell’ammasso marmoreo.
Il fronte di cava è poi avanzato nel “monte”, per alcuni metri, sfruttando ai lati, due fatturazioni, appena convergenti, del piano del ‘secondo’.
Sul fondo della cava, il distacco degli ultimi blocchi ha lasciato delle superfici subverticali, corrispondenti al piano del ‘contro’.
Sul piazzale di cava sono rimasti abbandonati diversi blocchi, già riquadrati dagli scalpellini, prima di far parte di una “carica”, da affidare alla “lizza” e ai “parati” per il trasporto verso valle.

a destra
Il piano di fratturazione del “verso”
(immersione a sud-ovest) della Cava A

 sotto
I piani di fratturazione della Cava A

 
Poco più oltre siamo a vista delle cave della Cappella, il ravaneto delle quali ti abbaglia l’occhio, poiché altro ivi non miri che il biancheggiar del marmo tra l’azzurro del cielo e il verde dei vicini castagneti. Qui è tutto movimento di picconi, mazze, pali, seghe, mine che esplodono, grida dei cavatori e dei bifolchi che caricano i massi enormi che rotolano traendo seco dall’alto del monte nell’alveo del fiume dei minori e che talvolta dagli urti l’uno l’altro si spezzano: altri ne vedi sospesi sopra il tuo capo quasi fosser per lasciarsi all’istante; e chi per la prima volta ammira queste escavazioni rimane invero meravigliato ed atterrito. Varie sono le proprietà di questo monte, ma ognuno vi cava a suo bell’agio gli ordinari ed i bardigli, essendo questi ultimi dei più belli che si conoscano e del vero colore piccione, come li appellano gli inglesi colour’s dove (sic). I più pratici uomini sono occupati nelle formelle così dette, per istaccare i massi dal monte, servendosi di mazze e zeppole; altri nel far le mine, ed usano certo paletto detto ago da mine. Taluni vi quadrano massi secondo le forme volute dal committente e li pongono in istato da sottoporli alla sega. I ragazzi sono per lo più destinati a far le quadrette da pavimento, e le donne a trasportarle in capo dalle cave fino al caricatoio”.

Vincenzo Santini, Vicende storiche di Seravezza e Stazzema, ms. del 1874, pubbl. Pietrasanta, 1964, p. 278-279
 

Il percorso di visita ci offre sulla sinistra la seconda cava musealizzata (Cava B sulla carta dell’area archeomineraria del Monte della Cappella).

Nella seconda piccola cava prevalgono avanzamenti estrattivi con esplosivo, cosicché il sito non mostra forme strettamente dipendenti dai piani di fratturazione naturale del marmo.

Anche in questo secondo piazzale di cava si trovano blocchi riquadrati a “mazzetta e subbia”, con un letto di scaglie di percussione particolarmente ricco. Significativa è poi la presenza di un manufatto con gradini e plinto di colonna, che testimonia a quale avanzato stadio di semilavorazione venissero talvolta portati i blocchi estratti.

 

Il piazzale della Cava B

In entrambe le cave affiora il ‘bardiglio Cappella’, un marmo di intenso colore grigio morato, che si caratterizza per la presenza di una listatura sul fondo, a fasce parallele azzurro-chiare, con leggere sfumature bianche.

Bardiglio deriva dallo spagnolo pardillo, diminutivo di pardo, cioè ‘grigio’. Il colore è dovuto alla diffusione di pirite microcristallina. Quando viene frantumato, il bardiglio emette, per breve tempo, un tipico odore solfureo.

 

‘Bardiglio Cappella’ typus

 
   

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